Quattro chiacchiere con H
W) Da dove arriva H? Chi è H? Quali sono i suoi rapporti con l'Italia? Con la provincia? Con il lago? E con l'estero, visto che hai girato molto, e ultimamente Belgrado è un po' la tua base?
H) H sono io. Arrivo da Bellano, provincia della bigotta Lecco bene. Da pochi mesi sono tornato in Italia dopo un periodo vissuto all'estero in diversi paesi, l'ultimo, appunto, e' la Serbia. Il mio rapporto verso il lago e le mie origini e' ambivalente e lo posso riassumere piu' o meno cosi': quando vivevo in citta' dell'est Europa ero spesso alienato dal caos delle grandi metropoli, dalla mancanza di spazi non edificabili, dalla poverta' della natura e dal sovrabbondare del cemento armato retaggio dell'ex Unione Sovietica come della societa' moderna (che al posto di fare palazzoni grigi ne copre la facciata del medesimo cemento con colori tristemente allegri). Quando mi trovavo in queste situazioni a riflettere pensavo che tuttavia il lago di Como e' ancora un bel posto, vanta delle montagne e dell'acqua, cosi' non sarebbe poi male riuscire a ritagliarsi un angolino in questo posto. Purtroppo pero' la mia riflessione ingenua svanisce ogni volta che prendo l'aereo di ritorno verso casa, mi basta ascoltare le discussioni dei tipici "viaggiatori d'affari italiani" per capire dove sto tornando, che questa gente e' Italia e che il lago e' inquinato da essi. Allora mi si pone il quesito: quanto importa l'ambiente naturale dove vivere? quanto importa invece lo stile di vita? esiste un equilibrio tra essi? io lo sto ancora cercando.
W) Se dovessi stilare una tua rapidissima biografia musicale cosa mi diresti?
H) Direi che ho cominciato come metallaro convinto ad appassionarmi alla musica e piu' in particolare al suono, poi mi sono spostato su derive piu' punk abbracciando il concetto di musica sociale, ed infine abbandonato il basso elettrico ho cominciato ad accostarmi alla musica elettronica nelle sfaccettature meno commerciali e piu' introspettive. Penso che questo appraccio alla muscia elettronica sia stato influenzato dagli studi come fonico a Milano e dalla curiosita' per la creazione sfruttamndo tecnologie avanzate e retro'. Allo stesso tempo ho costruito con altri due compagni dj un grande soundsystem che diffonde muscia reggae e dub. Insomma un bel casino.
W) Come è nato l'ultimo disco? Questa collaborazione con un progetto teatrale? Ci sarà la possibilità di vederlo da qualche parte? Rispetto al precedente lo trovo molto più sporco, distorto, meno evocativo. Una tua scelta oppure è stata calibrata anche in base al tipo di spettacolo teatrale?
H) La stanza dei 40 giorni nasce su richiesta della compagnia teatrale piemontese "Progettozoran"; ho collaborato con loro anche con l'album precedente "annozero" e cosi' mi e' stato commissionato questo lavoro. E' stata una bella notizia perche' mi ha risvegliato dal torpore musciale e motivato un sacco a comporre e continuare il mio percorso. Io non sono ancora riuscito a vedere lo spettacolo ma ci tengo a vederlo presto, si tratta di qualcosa di molto sperimentale, comunque si puo' avere un calendario con le date a questo indirizzo:
www.progettozoran.it
Il disco e' piu' cupo perche' riflette un inverno freddo, in un posto nuovo, con tanta neve e pochi soldi. E' una scelta voluta, la distorsione ripercorre i pensieri di questo periodo; d'altra parte le canzoni sono state create sin dall'inizio per lo spettacolo.
W) Per gli amanti delle strumentazioni: quali sono i supporti tecnologici di H? Solo tecnologia o anche fai da te?
H) Mah, e' una bella domanda. Utilizzo a 360 gradi la tecnologia disponibile, ho un laptop potenziato, tanti software, alcune macchine che frequentemente compro e vendo e poi quello che mi capita. Mi piace ancora sfruttare la tecnologia della cassetta magnetica, suoni raccolti per strada, presi da video, dimenticati.
W) A quali degli artisti/gruppi della scena elettronica ma non solo, ti senti più vicino?
H) A dire il vero a nessuno che fa questo genere di musica, non ascolto molto del genere che produco. Mi sento vicino emotivamente a Jah Warrior e alcuni eroi della scena dub Inglese.
W) Sei sempre stato un sostenitore del copyleft. Quali sono le ragioni che ti hanno spinto a lasciare che il disco venisse scaricato liberamente? E come sono nati i contatti con Dario Polvara (un pazzo furioso), la mente che si cela dietro Virus4?
H) Dario e' un amico conosciuto tempi fa, anche lui ha il merito di avermi avvicinato all'elettronica. Lui e' uno sperimentatore ed in quanto tale merita rispetto. Il copyleft perche' la musica e' arte che deve circolare liberamente essere ascoltata e non rinchiusa in una scatoletta da 18 euro. Penso inoltre che il copyleft sia un ottimo canale di diffusione.
W) Nel disco precedente c'erano parecchi riferimenti politici che andavano dal '68 fino ai giorni nostri: cosa ci puoi dire della situazione attuale, anche perchè tu di questi tempi hai vissuto un po' tutto dalla Serbia, paese dalle mille contraddizioni, fuori dall'Europa, che ha attraversato vari sconvolgimenti, guerre, l'ultima quella del Kossovo? Come è stata percepito l'arresto di Karazdic?
H) In questo disco non ci sono riferimenti diretti perche' dovra' essere utilizzato in teatro dove verranno aggiunti significati e riferimenti. La situazione attuale in Serbia e' difficile, perche' per motivi politici non si vuole liberare un popolo che ha sofferto molto e si continua a portare aventi nell'Unione Europea (per non parlare degli USA) una politica opportunista e di facciata. Dalla Serbia non puoi uscire se non hai un visto che e' veramente complicato ottenere, perche? La Serbia ha Karazdic e Mladic. Ma chi e' il presidente del Kosovo? perche' non si sa neanche il nome di un criminale come lui mentre risuonano a gran voce e sotto i riflettori i criminali Serbi?E dove sono adesso i criminali di guerra Croati e Albanesi? Tutti questiti che mi fanno riflettere e soffrire per questo popolo che resiste all'isolamento.
W) So anche che porti avanti parallelamente un dj set reggae che si è esibito anche in Serbia, raccontaci un po' di questa esperienza.
H) Il soundsystem www.myspace.com/mamadjambesound
e' un passatempo e passione che mi tiene unito agli amici. Ce' una filosofia dietro ogni Sound e noi ne portiamo avanti una che mi fa stare bene. In Serbia abbiamo avuto diverse date, una tra l'altro al primo festival reggae dello stato che e' stato un successone, una bella scommessa. Come dicevo prima i ragazzi del posto resistono e seppur con pochissime disponibilita' economiche non si arrendono e portano avanti concetti libertari avanzati tramite la musica e la cultura underground.
W) Progetti per il futuro?
H) Trovare un lavoro, ma non in Italia.
W) Spara un po' quel cazzo che vuoi! E W Dj Dracula!
H) Se siete curiosi ascoltate il cd e contattatemi, se non ve ne frega niente lasciate stare, in ogni caso non perderete niente, il sito di riferimento e': www.virus4.it
Un saluto a tutti.
(Premessa d’obbligo: ogni intento polemico, riduttivo, individualistico, aggressivo, violento, spocchioso, contraddittorio, grondante livore e fancazzismo, è perfettamente voluto, liberatorio e necessario)
“Abbiamo steso un tappeto blu e arresi alla tv ci abbandoniamo alle risate facili” (Fitness Pump)
Questo scritto vede il suo concepimento in uno stomaco rotto dall’ansia e parzialmente cullato dalla stroncatura del disco dei Canadians1, “A Sky With No Stars”, apparsa su Alias2 inserto abbinato ogni sabato a Il Manifesto, che, a mio parere, se fosse uscito come compilation per Topo Gigio o come Disco Asilo dell’Anno, servito su un bel vassoio di zucchero filato, allora forse avrebbe avuto un barlume di senso, senza però poi voler supporre che in effetti il disco sia stato fin da subito ideato, prodotto, distribuito, recensito per bambini in età avanzata (bambini comunque che non sopporterei e non sopporto minimamente), e vede l’inizio del suo travaglio una sera qualunque di una settimana qualunque.
Un albero di natale in plastica viene eretto sul balcone dell’appartamento.
Sullo schermo della televisione le prime immagini di Scary Movie.
Nelle orecchie In Rainbows dei Radiohead.
In verità era da quasi due anni che desideravo scrivere di indie, non-indie, Cazzo è l’indie?, alternative, post-rock, elettronica minimale, fiere dell’indipendenza, giornali musicali, etichette, editoria di ogni genere, filmaker-cantanti fotomodelli descritti con lucido cinismo nelle pagine di Glamorama3, esperienze tecnologiche diffuse lungo reticolari di filo spinato telematico.
Definire con categorie assolute un oggetto, un fenomeno, una persona, è a mio parere un errore in sé.
Definire poi qualcosa come le questioni sopraccitate è un’operazione ambigua e limitante che presterebbe il fianco ad ulteriori sommarie distinzioni, sottogruppi, errori, innata volontà di auto-esclusione per purezza (anche se sarebbe poi tutta da dimostrare in cosa consista davvero questa dannata purezza) e contribuirebbe a stilare nuovi confini che necessariamente si dovrebbero abbattere se non costringere all’implosione.
Questo è uno sfogo che faticosamente diventa scritto, torturato, pensato e ripensato, un processo individuale di autodeterminazione e di sottrazione, che per descrivere un’ipotetica condizione inanella polemicamente una serie di fenomeni, aree, oggetti, fruizioni, personaggi probabili proprio perché improbabili, che mi libererebbero di un incubo se scomparissero, si suicidassero o decidessero una volta per tutte di calarsi, previa ammissione pubblica di avere rotto i coglioni per anni, nel teatrino istituzionale (non sto parlando di politica anche se molto spesso le dinamiche di quello che per capirsi continuerò a chiamare indie4, sembrano la perfetta riproposizione di uno qualunque dei parlamenti della galassia) che garantirebbero loro di conquistare l’alloro del trionfo, il tanto agognato guadagno con decine di zeri e la fuoriuscita dai sotterranei dei locali di tendenza, dagli scaffali delle librerie ammuffite5, per potersi grattare con più tranquillità (o smettere definitivamente per passare alla cravatta) la barbetta, per farsi ammirare il vestito di sartoria, la giacchetta alla John Lennon disegnata da Armani, la maglietta firmata da disegni/scritte giuste e capelli anche dagli opinionisti dei salotti della domenica pomeriggio, per una foto scattata da Corona alle scomode ballerine, alle scarpettine col tacco, lucidate con la lingua spuntata dalle labbra a cuore appena visibili sotto la frangetta, per poter finalmente, nei programmi “culturali” di Vespa e Gad Lerner, sbrodolare le proprie conoscenze sul cinema d’autore di Edwige Fenech e Lino Banfi, sugli sbadigli artistici di Pasolini6.
Per me si potrebbe cominciare sbarazzandoci del MEI, Meeting delle Etichette Indipendenti7, la Fiera8 celebrata ogni anno a Faenza:
1) finendola di parteciparci con banchetti e tutto il resto
2) non finanziandolo con biglietti d’ingresso
3) non applaudendo ai concerti se malauguratamente ci si viene trascinati
4) rifiutare e distruggere simbolicamente (o proprio fisicamente) qualunque premio uno dovesse vincere,
direi che più che inutile il MEI è il simbolo dell’utilità arrogante (sin dai suoi esordi fino a precipitare nella pozza di demenzialità odierna): rammenta una strada di vetrine di una qualunque città del mondo, dove non c’è un monumento che valga la pena di ricordare, una piazza dove poter sostare, riposare e mangiare un panino9, uno sconosciuto che cerca di rubarti la borsetta o di entusiasmarti con caldarroste cancerogene e statue umane col ghigno di cerone solidificato, e dove lo smog viene sostituito dall’inquinamento acustico, dai volti prodotti in serie di artisti, produttori, fonici, giornalisti, dai denti dei fans urlanti, da una serie di capi d’abbigliamento dai colori aggressivi (vaffanculo ai pois, alle All Star, grandi scarpe ma che davvero vorrei bruciarle dal primo all’ultimo paio, ai maglioni a strisce, alle giacchettine, alle Clark, alle cinture scintillanti, alle mollette di brillantini e farfalle o alla lugubre tenuta da Edgar Allan Poe con lo stivaletto in simil pelle) e con tutta quell’insopportabile galleria di premi che non si capisce a cosa servano e a cosa mirino.
Forse a voler determinare un’altra sfera di potere, questa volta alternativo?
Come se la certificazione del prodotto10 sia una garanzia di vitalità e qualità, senza però accorgersi di essere ormai precipitati nella spirale senza fondo della consueta parodia malcelata degli Oscar (o di un qualunque altro riconoscimento/statuina11 assegnati nel mondo), che vengono ricordati più per l’evento in sé che per la qualità di film e attori premiati.
MEI come galleria vitale per garantire qualche introito alle etichette12 moltiplicatesi all’esponenziale e quindi sempre più affamate per dividersi recensioni, denaro e visibilità?
Con banchetti studiati per attirare malcapitati ragazzi con la chitarra e l’amplificatore in stanza, boccaloni cresciuti sui video dei Nirvana, “intenditori” fin dall’asilo di ogni genere di musica/film/libro, banchetti tali e quali quelli utilizzati per promuovere la Ceres che mi capitò di vedere in città mesi fa e che fu solo per merito di un amico se non corsi a ribaltarlo: dietro il banchetto c’erano un cretino ad offrire birra a tutti coloro che sembravano avere più di tredici anni, spiegando, come il serpente de Il libro della giungla, che raccogliendo i tappi delle birre bevute avrebbero avuto il diritto a ricevere portachiavi, cappellini, magliette, spazzolini del cesso, borsette, marsupi, penne, al suo fianco due ragazze in t-shirts arancio aderenti, minigonne di jeans, issate instabili sui tacchi alti ed istruite all’arte della circonvenzione, che non fecero altro che sorridere, ordinare bicchieri di vino e mangiare mezza piadina.
Sulla scia di questa farsa inserisco un’altra manifestazione-evento mediatico13 da distruggere a colpi di tritolo: il Festival Letteratura di Mantova14, rituale religioso che si autocelebra fra due ali di folla, composte da automi fedeli al ruolo dello Scrittore con la S ben appuntata sul petto o stampata sulla fascia chiodata legata al braccio, che ascende al cielo fra orde di lettori o presunti tali, disposti da schiavitù innata, a pagare per ben due volte un libro, a subire acclamanti fra:
1) un sorriso,
2) uno sbadiglio nascosto dietro il palmo della mano o il blocco solidificato dei quotidiani acquistati,
3) un caffè scadente,
4) un sorso d’acqua o
5) un bicchiere di vino o di birra e
6) uno sguardo assonnato rivolto alla famiglia Gonzaga affrescata sulle pareti e nei cui palazzi viene svolta una parte degli eventi15 (la sequenza soporifera di banalità espresse a mitraglia da scrittori di ogni età, turbati da patologie sessuali, finti ideali politici da critica sociale elaborati da trentenni (ormai quarantenni e cinquantenni ma sempre “ggiovvanii”) strappati all’indegna pellicola The Dreamers di Bernardo Bertolucci.
Sul solco tracciato da Mantova, inserisco in colonna tutti gli altri eventi che mi è capitato di sfiorare in questi anni, da Pisa a Chiari, per arrivare a quelle situazioni ibride dove cantanti e scrittori uniscono le loro forze per offrire il peggio di sé: terribile a questo proposito, mi dispiace dirlo, il siparietto organizzato da Cristina Donà16 e Michele Monina17 in quel della Feltrinelli a Milano in occasione dell’uscita del nuovo disco della cantante, per proseguire lungo tutte quelle sezioni sperimentali, d’avanguardia dei vari festival del cinema disseminati per il pianeta, con delle pellicole, queste sì, destinatarie a pieno titolo della battuta qualunquista di Fantozzi a proposito de La Corazzata Potemkin, e applaudite/ fischiate/ ignorate da platee pullulanti personaggi del calibro di Roberto Silvestri18 de Il Manifesto.
E a questo punto voi starete già dicendo, basta!
Okkei, abbandonate pure questo scritto.
E magari starete anche dicendo, “Ma che cazzo ne capisci tu di quello che stai criticando?”
“Ma ci sei mai stato in uno di quei festival?”
No.
“E allora quale di quale credibilità pensi di godere per sparare queste stronzate?”
Beh, se vi invitassero in un lazzaretto dove i moribondi di peste sono ammassati in cumuli alti decine di metri, voi accettereste di buon grado l’invito, col sorriso sulle labbra e la tazzina del tè già pronta?
Mi basta il pattume a cui mi capita di assistere, l’olezzo delle recensioni (positive o negative che siano) e il tanfo che emanano pellicole, registi, attori della nouvelle vague e amanti di videoclip, spot pubblicitari, video/foto19 scaricati da you tube o da qualsiasi altro marchingegno utilizzabile grazie a Bill Gates20 e al resto dei suoi seguaci in varie sfumature e marchi, per starmene alla larga.
Possiamo proseguire nell’opera di demolizione, dedicandoci alla gran parte dei locali disseminati lungo la penisola, tantissimi dei quali affiliati all’Arci, che altro non è che una mafia tentacolare e perbenista, che cela dietro una bandierina di tanti colori il vuoto dei propri contenuti, diventati ancora più obsoleti e ridondanti di quanto già non fossero21 in origine, con dovute distinzioni che è doveroso ricordare (ma che certamente dalla questione “tessere” nemmeno loro sono immuni), cito per esempio, proprio per la sua peculiarità, il Circolo Arci Blob di Arcore che vive, organizza eventi, serate, e cerca, fra mille sforzi, di conservare e ampliare la propria connotazione politica, chiamatela di sinistra, chiamatela come cazzo volete, a farla vivere “fisicamente” nelle piazze, nelle strade.
Basterebbe Milano per dimostrare il degrado raggiunto dai luoghi deputati alla musica live: ecco i supermercati Rolling Stone, Rainbow, Alcatraz, Music Drome (ex Transilvania), e i due esempi perfetti di locale Arci iperfighetto, La Casa 139 (un localino bohemien a metà strada fra una casa chiusa e un attico fashion di Friends) e il Magnolia (zona Idroscalo, a due passi dall’aeroporto di Linate, per chi conosce la metropoli) dove mi è capitato di assistere all’oscena rappresentazione dello schifo di questo mondo che è il Mi Ami22 (non che l’altra edizione a cui avevo partecipato fosse stato migliore: inserito allora nella cornice suggestiva dell’Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, alle spalle del palco un acquedotto identico a quello piazzato nel centro del mio paese, il Mi Ami fece riecheggiare le tristi giornate dell’internamento, delle angherie subite dai pazienti sedati esposti come manichini di bava lungo i viali alberati…e voi starete già dicendo, ma se ti faceva schifo, che cazzo ci sei andato a fare? Quell’anno bramavo i Red Worms Farm con loro live set unico e ne fui pienamente contento…e riuscii anche a trovare una delle rare sorprese di questi anni che fu Conforme a sé23, edito dalla Tafuzzy Records.) e nemmeno quel locale dove suonarono i Nirvana (perché sapete tutti sono abituati a dirlo, “Eh sai, al Bloom hanno suonato i Nirvana!” ma poi si dimenticano volentieri di dirvi anche che ci han suonato migliaia di gruppi di merda), il Bloom di Mezzago sembra più essere in grado di esprimere qualcosa di valido e sarebbe meglio che chiudesse definitivamente i battenti24.
Stessa storia per le decine di festival che pullulano, senz’anima, vuoti, pieni di sponsor, con gli stessi gruppi, sempre alla ricerca di paragoni con realtà estere, o peggio col passato, come la situazione che trovai alle due edizioni di Frequenze Disturbate a cui ebbi modo di partecipare ad Urbino (città magnifica, permettemi di dirlo, ma abbastanza cara per il sottoscritto).
Un festival che oltre all’aspetto musicale, proponeva anche altro, ricordo Emidio Clementi e Thalia Zedek in un convento.
In pratica si trattò di una serie di concerti uno dietro l’altro, con guest star, gruppi che non c’entravano un cazzo (non parlo di differenze musicali ma di qualità dei gruppi proposti…mi chiesi che cazzo c’entrassero gli Afterhours dopo la serata coi mogwai. Della serata dei Mogwai, continuo a ricordare la maiuscola esibizione degli imberbi Midwest, molto più dignitosi di tanti altri gruppi stranieri e italiani definiti come promesse-talenti, eccetera)…con quegli insopportabili braccialetti di riconoscimento per evitare furboni del momento.
E poi tutto a pagamento.
E a che prezzi.
Nessuno che pensa ad una mensa popolare quando si è in questi posti.
E non sto parlando di festival dove le persone sono migliaia come in quello schifo che era Arezzo Wave.
Eh, sì, ragazzi, penso proprio che un evento come Arezzo Wave abbia portato più rovina che benessere nella musica e negli eventi. La stupida distinzione fra gruppi noti e meno noti, con logica, discutibile, di sovrapporre ascolti – stili - messaggi differenti, che stonavano apertamente fra loro. Zero costi, ma sponsor ovunque e quindi incremento dei costi sociali. Preferisco fare una sottoscrizione per l’evento piuttosto che vedere sponsor di qua e di là. Ma anche Arezzo Wave è finito, stravolto in mille rivoli e non piangerò certo per la sua morte. Anche perché la verità è a che ben pochi dispiace la sua scomparsa perché non possono più ascoltare i gruppi ma solo per ciò che si poteva trovare all’esterno del concerto. Non sto facendo del moralismo, ognuno è libero di comportarsi come meglio crede, non sono il genitore di nessuno, ma cos’altro era? Migliaia di persone in giro, e pochissimi magari ad assistere ad un concerto. E non parlatemi vi prego di filosofia hippy, punk o robe del genere, perché non c’entrano proprio un cazzo con il supermercato delle emozioni messo in campo.
Non ho bisogno di correre a sbronzarmi ad Arezzo, spendendo un mucchio di soldi, miei, dei miei genitori, dei passanti, potrei farlo anche adesso, in un parco vicino a casa, con persone che conosco, sballarmi è permesso, non ho bisogno di cercarlo in una città, illudendomi che sia figo fumare con i Sonic Youth di sottofondo e i Mercury Rev di All is Dream che mi fecero aprire le braccia e volare. Voi direte che farlo in quel contesto cambia, assume una bellezza tutta particolare, perché oltre alla musica c’è anche la socialità.
Non ci credo.
Non l’ho vista.
Lì ho visto il lato peggiore della mia generazione, vogliosa di sottomettersi, di accettare le regole, di vivere supini alle regole imposte.
Una generazione di consumatori.
Chiamatela come volete.
Ma consumatori di ogni cosa.
Di stagioni brevi.
Di stagioni come l’indie.
Una moda che non è moda ma essenza di vuoto generalizzato e duraturo.
Corro a sprazzi. Non tengo un filo logico.
Una generazione che trova il suo rappresentante in Carlo Pastore, il ragazzo che si può trovare ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 1800 alle 1900 su MTv, a condurre la trasmissione Your Noise2526, un contenitore che sul sito dell’emittente viene definito come:
“Your Noise è il nuovo programma di MTv Italia sulla musica che fa tendenza, una striscia oraria quotidiana ricca di contenuti e con la freschissima conduzione del nuovo VJ di MTv Carlo Pastore. Mtv Your Noise rappresenta la migliore occasione per seguire i video musicali più cool del momento e la guida per chiunque voglia scoprire le novità musicali all’interno di un panorama musicale sconfinato!”
Penso che questo programma possa essere considerato al pari di uno qualunque fra quelli di Alda D’Eusanio o Maria De Filippi con questo insopportabile ragazzo, Carlo Pastore, considerato anche un valente critico musicale sulle pagine on line di Rockit che si agita, sorride e veste esattamente come ci si deve vestire in questo mondo di merda, che ospita ragazzini/e emo-idiote a strisce e frangetta, che inonda l’etere di filmati da Paperissima pescati in rete, di commenti infantili sul blog, di video mainstream, ospitando qua e là ospiti “interessanti” per dare un tono alla trasmissione.
Un giorno, capito per caso sulla trasmissione, e sento, udite udite, che sarà ospite Federico Guglielmi, giornalista tra l’altro del Mucchio e autore di un libro sul punk27, io lo aspetto e lo ascolto parlare.
Beh, in una situazione già ridicola, si è arrivati all’assurdo quando il buon Guglielmi, su Mtv, nella trasmissione più trendy, alle sei del pomeriggio, ha pensato bene di mettersi a disquisire sul tradimento del punk, sui soldini che hanno devastato il punk.
Lo diceva con una tale convinzione che ho spento tutto e l’ho mandato a fanculo, chiedendomi se continuare ad acquistare il Mucchio.
Più guardo questo ragazzo e più penso a quanto mi disse mia sorella quando lo vide in tv:
“Quel ragazzo si è calato volontariamente nella parte del Nerd28…del simpaticone…del ragazzo qualunque…genuino…un po’ stupidino…ma sono sicura che nella vita reale, a scuola, sul lavoro quello sarebbe stata la tipica persona che mi avrebbe presa per il culo per il mio abbigliamento da famiglia proletaria, jeans mai alla moda, un paio di scarpe per l’estate, uno per l’inverno, senza soldi per niente, senza la possibilità di girare il mondo o di vedere concerti perché papà i soldi non li aveva, e se per caso ne guadagnavo qualcuno lo dovevo usare per andare avanti, per comprarmi libri per scuola, treno, metropolitana, quella pizza con gli amici, che se non conosci un gruppo ti fa il culo dandoti dell’ignorante. Altro che Nerd. Quello è il tipico vincente, che è sempre stato un vincente, che vuole rimanere per sempre un vincente e che schiaccia col tallone tutte quelle mezze merde che non gli leccano il culo.”
Concordo con lei.
In questo discorso non c’è nessun istinto di revanchismo proletario.
Per carità.
Non c’entra nulla.
Quella di Pastore e di tutti gli altri, è una condizione (senti)-mentale che si fa marchio, è il frutto di un’educazione alla tendenza, di una voglia di raggiungere il sublime.
Quando quel sublime è Merda allo stato puro.
Di persone come lui me ne dovrei fregare.
Vivrei certamente meglio ma sono in quella condizione mentale che mi fa pensare che qualche severo calcio nel culo, schiaffo e pulizia di cessi o fonderia non farebbero davvero male a questa gente.
Fedele però a quanto ha scritto il mio amico Gianfranco Franchi, nel suo Pagano:
“Noi siamo tolleranti, liberi, giovani, fieri, indipendenti e stupendi. Siamo pagani. E adesso basta, guardiamo avanti”
Quindi spegnere la televisione.
La radio.
Ma anche se la dovessi tenere accesa, cosa ascolterei?
Virgin Radio con la sua accozzaglia di generi rock (sottolineata da pubblicità con accento volgarmente anglofilo) assemblati senza alcun tipo di criterio se non la servitù della moda, del gusto fashion?
Life Gate con i suoi ipocriti slogan ambientalista, del tipo “salvaguardiamo le foreste, tutti insieme, popolo di automobilisti”, che ti fanno addormentare sul sedile della macchina mentre stai guidando29?
Preferisco guidare nel silenzio o parlando con i compagni di viaggio piuttosto che cadere su una qualunque soporifera/ridondante trasmissione di Radio Popolare, che conta a mio parere fra i conduttori più idioti e con le voci più sgradevoli dell’intero emisfero radiofonico, o su una qualunque delle emittenti commerciali o di stato, senza parlare di quei saccenti rompicazzo conduttori e ascoltatori (e qui, chissà quanti amici, conoscenti, neuroni del mio cervello) della vecchia Patchanka, raffigurazione perfetta dei protagonisti di tutti i romanzi giovanili americani. Sapete, appena sento la voce di uno qualunque fra Amadeus, Fiorello o Baldini del cazzo30, mi sale la voglia di prendere una pistola e sparare al primo che passeggia sul marciapiede.
Ma torniamo a noi e scusatemi, se vi siete incazzati, per queste mie divagazioni di furore verso il mezzo radiofonico e i suoi scagnozzi, e ricominciamo a parlare dell’argomento in questione.
E quindi, cari amici, un altro bel taglio lo darei alle etichette indipendenti o come cazzo le possiamo chiamare: fabbrichette del disco? Artigiani del disco? Cooperative del disco? Non pensate che questo sia un gesto autoritario o demagogico, ma talvolta immagino la Morte sopraggiungere a cavallo con la falce in mano che disintegra campi di dischi, rendendo, col diserbante, la terra improduttiva per sempre, oppure sempre la Morte che come durante un assedio medioevale, costringe alla consunzione gli assediati mentre se sta bella seduta a mangiare patatine.
Queste etichette proliferano senza limiti.
Come gramigna31.
Come i conigli in Australia.
Come il vaiolo e il resto delle epidemie che si diffusero nel Nuovo Mondo al seguito dei conquistatori32.
Basta stilare un breve elenco e guardare cosa ne esce.
Sembrano pagine del vocabolario.
Di generi.
Sottogeneri.
Influenze.
Con il corollario di merchandising di ogni specie ed amici artisti, eccetera eccetera.
So benissimo che fra tutte quelle etichette, ne esistono di valide, ma il resto è MERDA!
Merda pericolosa.
Astuta.
Come amianto che si deposita nei polmoni senza mai più andarsene.
Etichette create, istruite e armate da squadracce di ragazzi annoiati/elettrostimolati e speranzosi, fruitori bulimici di troppa musica ragazzini che si autoconvincono, a seguito di duraturi riti onanistici (solitari o di gruppo), di essere delle menti33 in grado di illuminare il panorama musicale, al di là di quei tristi e insopportabili slogan sulla genuinità delle proprie azioni, sul non prendersi troppo sul serio, sul “bacio” da diffondersi, sull’essere carini e presentabili ovunque e sempre. Guidati dall’ottica che sembra essere quella del “Voglio produrre quello che piace a me” ma se ciò che ti piace, il tuo gusto, non è poi così fondato, allora ecco uscire le vagonate di rifiuti tossici che invadono le esistenze.
Sapete, se tutti questi dischi, dischetti, libretti, filmetti, uscissero in maniera totalmente autoprodotta (qualità di registrazione e confezionamento sono un discorso a parte, anche se sembrano quello fondamentale per la stragrande maggioranza dei gruppi, che non si accorgono di essere totalmente vuoti ma con una bella copertina riempita di belle foto e con una registrazione bella precisina che sembra quella della tata stronza di Heidi) e poi fatta circolare come meglio credono, non avrei nulla da ridere. Se si dedicassero in prima battuta al sano artigianato, imparando per esempio dall’amico di mio padre che ricava dal suo orticello grande come un fazzoletto dell’ottima verdura, in particolare dei buonissimi pomodori e delle deliziose verze, allora ci starei. Ricordo, alle superiori, un gruppo della mia zona, gli Acidi Tonanti e la loro cassettina che girava sul treno fra noi studenti e poi tutti gli altri che si formarono, morirono, suonarono in feste del cazzo, davanti a più di mille persone in una festa fra montagne abitate da streghe e fantasmi, e che mi diedero scosse, emozioni, suggestioni.
Altri tempi.
È vero.
Ma c’era una genuinità sotterranea, da strada, che è la qualità che oggi spesso manca.
Molto meglio la semplicità alla seriosità di chi si sente un artista, anche se poi ti dice sempre che lui non è bravo.
Palle.
Superbi del cazzo.
Sarebbe un piacere se si dedicassero a qualcos’altro.
Per la miaa salute sarebbe magnifico.
Etichette che si aiutano fra di loro34.
Come politici.
Come banchieri.
Come camorristi.
Si sponsorizzano a vicenda.
Si scambiano organi per dischi, canzoni, scopate, matrimoni, caffè, aperitivi.
Organizzano eventi, che poi sarebbe anche ora di farsi spiegare che cazzo siano questi eventi, serate danzanti per artisti del soporifero oggetto dalla sonorità giusta.
Con dita brave ad appuntare spille e così simili quell’operaio massa in una catena di montaggio della Fiat.
Carini.
Sempre carini.
Basta farsi un giro, per rendersi conto di quanto ho appena detto.
Poi magari, voi sarete di tutt’altro avviso.
Sarete diversi.
Mi accuserete di essere uno snob del cazzo.
Ma come: in Italia tutti vogliono diventare veline, giocatori di calcio, scrivere un libro e c’è anche quello di suonare in un gruppo alternative, aprire un’etichetta, suonare nel locale preferito, stampare una spilletta, suonare al tipico gruppo di merda osannato da critica, giornali, blogger e dimenticato due mesi dopo per passare al nuovo gruppo di merda che bisogna a tutti i costi ascoltare.
Fanculo.
Fanculo davvero.
E la rabbia è tanta.
“Salve, cara signora. Serata deliziosa, vero? Perdoni il disturbo. Forse voleva fare una passeggiata. Forse ammirava solo il panorama. Non importa. Pensavo fosse ora di fare due chiacchiere, lei ed io. Ah..dimenticavo che non siamo stati presentati. Io non possiedo nome. Lei può chiamarmi V. Madame Giustizia….le presento V. V…Ella è Madame Giustizia. Salve Madame Giustizia. “Buona sera, V.” Ecco fatto. Ora ci conosciamo. A dire il vero, la ammiro ormai da tempo. Oh, lo so cosa pensa…”Il povero ragazzo ha una cotta per me…un’infatuazione adolescenziale.” Le chiedo scusa Madame. Non è affatto così. È molto che l’ammiro…quantunque solo da lontano. Quando ero bambino la fissavo dalla strada. Dicevo a mio padre “Chi è quella signora?”. E lui rispondeva: È Madame Giustizia”. E io dicevo “Quando è carina”. La prego di non pensare che fosse solo una cosa fisica. So che lei non è una di quelle. No, io la amavo come persona. Come ideale. Ma è stato molto tempo fa. Temo che ora ci sia un’altra. “Cosa? V! Vergogna! Mi hai tradito per una sgualdrina, per una donnina vana con le labbra imbellettate e il sorriso malizioso!” Io, Madame? Mi permetto di dissentire! È stata la sua infedeltà a spingermi tra le sue braccia! Ah-Ah! Questo l’ha sorpresa, vero? Pensava che io non sapessi del suo piccolo flirt. Ma lo so. Io so tutto. Non sono rimasto sorpreso quando l’ho scoperto. Lei ha sempre avuto un debole per gli uomini in uniforme. “In uniforme? Oh bella, non so proprio di cosa sta parlando. C’è sempre stato lei, V. Lei è stato il solo…” Bugiarda! Sgualdrina! Puttana! Neghi pure di avergli lasciato fare ciò che voleva, con la sua fascia al braccio e la sua prepotenza! Allora? Ha perso la lingua? È quanto pensavo. Molto bene. Alla fine lei è svelata. Non è più la gamia giustizia. È la sua giustizia ora. Ha giaciuto con un altro. Beh, le ho reso la pariglia! “Sob! Sigh! Ch-hi è lei, V? Qual è il suo nome?” Il suo nome è anarchia. E come amante mi ha insegnato più di quanto lei abbia fatto mai! Anarchia mi ha insegnato che la giustizia nulla significa senza la libertà. È onesta. Non fa promesse e non ne infrange. Diversamente da lei, Gesebel. Un tempo mi chiedevo perché non mi guardasse mai negli occhi. Ora lo so. Allora addio, cara signora. Sarei addolorato dalla nostra separazione, ma non è più la donna che un tempo amavo. Ecco un ultimo dono. Lo lascio ai suoi piedi. Le fiamme della libertà. Che splendore. Ahh, amata mia anarchia…”O bellezza, finor mai ti conobbi.” (Alan Moore – David Lloyd, V per vendetta)35
E questo discorso viaggia in parellelo alle moderne tecnologie, che permettono in un battito di ciglia di aprire uno spazio su myspace, caricare canzoni, aprire un sito, senza pagare un cazzo e da qui cominciare a gironzolare per altri siti, lasciare la propria firma e farseli amici.
Una sorta di catena di Sant’Antonio.
Le regole della pubblicità assorbite da una Generazione X dove alla X mancano il 2 e il 3.
E a questo proposito sposto di nuovo l’asse della vostra attenzione:
“Il tratto distintivo della società industriale avanzata è il modo con cui riesce a soffocare efficacemente quei bisogni che chiedono di essere liberati – liberati anche da ciò che è tollerabile e remunerativo e confortevole – nel mentre alimenta e assolve la potenza distruttiva e la funzione repressiva della società opulenta. Qui i controlli sociali esigono che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre e consumare lo spreco; il bisogno di lavorare sino all’instupidimento, quando ciò non è più una necessità reale; il bisogno di mantenere libertà ingannevoli come la libera concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si censura da sola, la scelta libera tra marche e aggeggi vari” ( Herbert Marcuse, tratto da “L’uomo ad una dimensione” del 1964)
e se queste nuove fantasmagoriche scoperte scientifiche possono apparire come un modo per liberarsi dalle gabbie delle “case discografiche” che imbrigliano energia e creatività, per evitare i costi dell’acquisto, per farsi conoscere in una maniera indipendente, queste in verità sono solo apparenze, lo strato di trucco per coprire il volto invecchiato.
Più mezzi non stanno a significare maggiore qualità.
Più mezzi non significa passi avanti.
Girando su my space non è che io abbia trovato roba più di tanto interessante. La normalità.
E tanta merda.
Ancora più amplificata.
E a proposito di In Rainbows dei Radiohead, messo a disposizione gratuitamente su Internet e con la successiva uscita postuma nei negozi ad un costo elevatissimo: evento memorabile, si è detto.
In parte si può essere felicemente colpiti da questa trovata innovativa, ma è davvero un evento per cui sorridere?
La scelta compiuta dai Radiohead apre davvero maggiori spazi di libertà?
O la loro, è soltanto la certificazione di una diversa modalità d’ascolto?
Una modalità d’ascolto sempre più controllabile?
Sempre più controllabile in un mondo sempre più controllato?
Lo so, lo so, apparentemente sembrano essere questioni che non c’entrano un cazzo, ma per il sottoscritto queste questioni sono basilari.
Se la musica è libertà, come lo è per il sottoscritto, questa volontà di essere controllati, mi appare solo e semplicemente come un suicidio.
“Non abbiamo un avvenire da vendere, solo un presente in cui giocare” scrive Jean-Paul Michel.
Grande sfiducia.
Ammetto.
La spiacevole sensazione che questo non sia altro che il processo messo in atto dagli stessi gruppi che amo.
E qui mi fermo.
Perchè sono stanco.
Stanco di parlare di queste cose.
Il tempo che ho perso è già troppo.
Note:
1 Se non conoscete questo gruppo o altri simili ad esso (cloni - dei cloni): tranquilli, non vi state perdendo un cazzo di niente e per giunta questi imbecilli citano gruppi che il sottoscritto adora, faccio l’esempio dei Grandaddy o degli Weezer (eh sì, cari amici, il famoso gruppo apprezzato da tutti gli indie anni '90, entrato nelle case col video Buddy Holly girato da Spike Jonze in omaggio ad Happy Days) di cui conservo il primo disco su una cassetta consumata per le tante volte che è stata ascoltata…e lo fanno con la stessa semplicità di coloro che dopo aver scritto un libro già si pensano l'autore del secolo.
2 Altro capitolo da aprire, magari in un futuro prossimo: 2 euro, poi passati a 2 euro e 50 centesimi ogni sabato (alla faccia dei compagni proletari e di tutto il resto dei lettori a cui vogliono propinare la loro ideologia da salotto francese) per leggere magari solo 10 righe o al massimo una pagina mentre tutto il resto viene delicatamente posizionato nel pacco di cartaimmondizia ritirato ogni martedì sera dai volontari del Mato Grosso o affidato al camino di qualche amico. Ho sentito qualcuno parlarne come uno dei migliori inserti, se non anche di giornale a se stante, “culturali” della penisola, grondante firme illustri, sguardi interessanti e alternativi sulla scena nostrana e internazionale. Forse un tempo era vero, forse era vero quando ancora non lo compravo. A me sembra solo un inserto. (Terribili i numeri speciali, a cavallo di feste e vacanze, su tutti L’Alias formato calendario o quello dedicato al Festival di Venezia) E 1) allora perché lo compri, direte voi? Risposta: per procurarsi ulteriori dosi di dolore e rovinarsi il sabato fin dalle 7 di mattina. E 2) Il tuo giudizio verso l’inserto cambia in base ai giudizi più o meno concordi ai tuoi? Rispondo di no. Ma è anche innegabile che se non te ne frega un cazzo dei pettegolezzi, non vai certo a comprare Novella 3000.
3 Sicuramente esisteranno decine di altre pubblicazioni che descriveranno con maggior precisione l’ambiente ma per quanto mi riguarda è solo in Glamorama che ho trovato la perfetta riproduzione della situazione imbarazzante creatasi al termine dello show case a Milano di Marco Parente anni fa, in occasione dell’uscita del disco “Trasparente”. Un artista, Marco, che a torto ci ostiniamo a dimenticare. A fine concerto si radunò una piccola folla, dominata dalla strisciante sagoma di Manuel Agnelli degli Afterhours, con un bicchiere di birra dal sontuoso designe-sponsorizzato Feltrinelli, in giacchetta e pantaloni attillati, dondolante su scarpettine imbarazzanti, con un codazzo di ammiratori-personaggi di fama incerta che firmavano/si facevano firmare autografi e cambiali, scambiavano materiali, impressioni dallo sguardo pensieroso su tutto ciò che di figo fosse in circolazione. In quel frangente carico di tensione, cercavo di consegnare un fascicolo di mie poesie scritte a mano su carta da stampante a Marco, spiegandogli che si trattava di un semplice regalo e che non m’interessava ricevere nulla in cambia. Appena si dipinse sul suo volto un timido sorriso, ecco che si fece avanti la iena Agnelli (con tutto il rispetto per le simpaticissime iene, animali utilissimi a dispetto di tutti i detrattori) sfilando senza remora dalle sue mani i miei fogli per mettersi a leggerli con fare da intenditore. Ricordo vividamente (quella sera mi aveva accompagnato mio padre, con le mani ancora sporche del lavoro e la Una grigia, desideroso di farsi un giro a Milano) che persi la pazienza e glieli strappai dalle mani e lui, stupito dal mio gesto, gonfiò il petto e si presentò col fiato pesante d’alcool come “l’illustre Manuel Agnelli”, al ché gli risposi che avrebbe potuto essere Dio in persona che non me ne sarebbe comunque fregato un cazzo e che aveva rischiato di farsi spaccare la faccia con quella sua spacconata. Il suo sorriso di scherno fu tale e quale quello di Cecchi Paone mentre cercava di darsi un tono da professore nel suo programma del cazzo su Rete4. Alla fine girò i tacchi e tornò alla sua consueta poltiglia. La prossima volta gli farò mangiare la merda.
4 Sia chiaro, voi potete anche affibbiargli un nome/aggettivo che più vi aggrada…tali e quali il geniale protagonista del romanzo “Apex nasconde il dolore” di Colson Whitehead, (romanzo mediocre a differenza del rivalutato John Henry Festival) che pesca nel proprio cervello nomi, marchi, da affibbiare ad oggetti commerciali e persino ad una città.
5 Non sto parlando, come forse qualcuno già presupponeva fra gli sbadigli, solo di musica ma di un ambiente più ampio che corre dall’editoria all’arte visiva. Come un nuovo mondo situato fra quello vegetale e quello animale.
6 A dispetto di tutti gli intellettuali/giornalisti/scrittori della penisola, non ho mai amato Pier Paolo Pasolini (lui e tutto ciò che ha prodotto durante la sua carriera) e visto che ci siamo, ci infilo anche Enzo Biagi e Indro Montanelli. Le motivazioni sono ampie ma non mi ci addentro per non gravarvi di ulteriori cazzate.
7 Che riporta tristemente alla memoria il meeting organizzato a Rimini dalla congrega clerico -fascista di Comunione e Liberazione e frequentato con genuflessione e anello baciato anche dalla sinistra (o da quella che erroneamente viene definita sinistra…ma quale sinistra? Ci si potrebbe finalmente chiedersi…) .
8 Se proprio fossi costretto a scegliere, opterei per la fiera di Sant’Andrea, organizzata ogni anno a Oggiono, un paese vicino al mio, dove almeno si possono ammirare degli animali (mucche, asini, vitelli, tori, pecore, maiali, capre, cavalli), in cattività, lo so, e che nella finiranno sulle tavole degli italiani, ma che, nel grigio panorama odierno di supermercati e irrealtà del cibo, rimane una delle rare occasioni offerte a un bambino per notare la differenza fra un maiale e un wurstel. Forse il Mei potrebbe in parte assurgere ad una sorta di Circo degli Orrori della musica indipendente: che ne dite? Non sarebbe molto più divertente pagare un biglietto per applaudire il cantante dei Baustelle (indie o mainstream?) legato alla catena, in mutande sporche di piscio, ricoperto di escoriazioni su tutto il corpo, piuttosto che vederlo sfilare sul palco atteggiandosi da cantante?
9 È bene non dimenticare come le ordinanze che vietino la sosta e l’alimentazione in talune piazze o sui gradini di monumenti di particolare valore, siano un dispositivo legislativo repressivo già in vigore in talune città, una su tutte Verona. A tale proposito, ricordo gli insulti che un “onesto” cittadino di Venezia rivolse alla mia famiglia seduta sui gradini in una qualche piazza o di qualche ponte (è passato tantissimo tempo, scusate ma la memoria ha perso qualche pezzo per strada) a mangiare panini e bere acqua. Quel giorno era stata la nostra vacanza estiva. Mio padre, aveva i soldi contati e fece i calcoli esatti per: benzina + traghetto + biglitto per mostra dei Fenici a Palazzo Ducale (che mia sorella, allora aspirante archeologa e oggi archeologa a tutti gli effetti, desiderava a tutti i costi visitare) per quattro persone e quello stronzo ci diede dei pezzenti. Mio padre avrebbe voluto alzarsi, rincorrerlo e gettarlo nel canale ma mia madre, mentre suo marito insultava quello stronzo agitando il pugno, lo strattonò per i calzoni intimandogli di tornare a sedersi. Con tutto quello che abbiamo passato, non ci siamo mai sentiti dei pezzenti e di quel giorno conservo l’immagine della mia famiglia felice, serena, di mio padre insolitamente rilassato, che raccontava della sua giovinezza, delle battaglie contro i mori, dell’assedio di Vienna, che ci mostrava i vicoli, le calle, “È bello quel palazzo vero? Secondo te Andre chi ci abitava? Quella era una prigione...”, le gondole, e mia madre, nel suo metro e cinquanta di dignità, ansiosa di conoscere tutto quello che la sua Quinta Elementare le aveva impedito di studiare, che curiosava nella merce esposta nei negozi, che ascoltava di striscio le guide turistiche e lasciava, a me e mia sorella scegliere la strada per perderci nella città.
10 Il dito che scorre sugli scaffali di un qualunque supermercato o negozio delle nostre metropoli/città/paesi/villaggi mostra a tutti nella maniera più semplice possibile cosa sia in realtà la certificazione, la garanzia, la sicurezza, l’Unione Europea. Gli Artisti Ogm sono sempre esistiti ma adesso sono ovunque e non sanno nemmeno di esserlo, come Rick Deckard in Blade Runner.
11 Primo fra tutti l’assurdo premio nobel della letteratura (che si potrebbe anche rinonimare come Premio Geriatrico) che funge da volano pubblicitario per aumentare le vendite di autori sopravvalutati e a fine carriera, vuoi per raggiunti limiti d’età o per un talento ormai offuscato dalle ultime pubblicazioni oppure per stroncare definitivamente la loro carriera. Il premio più schifoso di tutti, fu quello consegnato a Dario Fo, che per piacere, non potrà mai baciare i piedi ai giullari, ai clowns, alle persone semplici da lui tanto celebrai.
12 Adesso voi vi aspetterete qualcosa sulle etichette, più avanti, più avanti. Non preoccupatevi.
13 Che potrebbe sembrare non dover rientrare interamente nell’argomento in questione, ma che è comunque simile al Mei, per la costruzione, l’atteggiamento delle persone coinvolte e del messaggio che si vuole vendere: il Vuoto Siderale, la Perdita di Tempo, il Rendersi Presentabile e per il look simile che contraddistingue alcuni degli autori presenti, penso solo alle generazioni di giovani scrittori italiani che si rinnovano o invecchiano giovani ogni anno, in particolare a quelli di scuola Minimum Fax e combriccola alla catena (community on line con diramazioni cartaceee-scuole di scrittura…) usciti dai film di Vanzina o anche degli scrittori americani così bravi a far parlare di sé, che scrivono articoli per tutte le riviste più di tendenza, vedi Vanity Fair, amati dalle varie Daria Bignardi, Luca Sofri e Matteo B. Bianchi, sui quali è meglio che non mi esprima. A questi simpatici deficienti, in particolare alla nuova-già vecchia scoperta Veronica Raimo (non è anoressica, penso, ma ha la faccia da grandissima stronza come il fratello) dedico una simpatica strofa di Tying Tiffany, “Sono pazza, pazza, pazza senza un perché / Sono anoressica / la tipica fotogenica / una figa isterica, patetica”. Che se conoscete Tying Tiffany, beh, allora vorrete aprire un capitolo su di lei: perché ti piace?…non mi piace ma ci stava bene questa citazione...e poi parlare del fenomeno delle Suicide Girls, delle Sick Girls, di Violetta Beauregarde, dell’Alt Porn, della spettacolarizzazione del proprio corpo. Tranquilli. Tranquilli. Arriva anche quello se c’è tempo. Se non ce ne sarà, tanto meglio.
14 Senza dimenticare quella boiata del festival della filosofia di cui ho letto da qualche parte e a cui per fortuna, uno qualunque fra Hegel, Kant, Nietszche e compagnia bella, per evidenti motivi non è stato invitato…anche se a pensarci bene, potrebbe sorgere il dubbio che pure loro sarebbe stati bene felici di tuffarsi in quella vasca piena di merda…insieme a tutto il loro egocentrismo aristocratico…ben felici di ricevere qualche soldo…di abbuffarsi attorno a rigogliosi vassoi strabordanti cibo…di scoparsi giovani pulzelle laureande allo Iulm o al Dams…di mostrare solitudine malinconica come psicologi alla Paolo Crepet…barzellettieri come Umberto Galimberti…di abbandonarsi sul divano al piacere della masturbazione…mentre vengono ritratti da giovani artisti loro stessi esposti alla Triennale di Milano…
15 L’aristocrazia artistica è un bombardiere B52 armato di testate nucleari in volo durante una qualunque celebrazione, a questo proposito si veda anche il Lingotto di Torino che ospita il Salone del Libro ristrutturato da Renzo Piano nella consueta veste di Bara Gigante che tanto piace agli architetti moderni-chissà cosa ne caverebbe Sigmund Freud o Gustav Jung da un attento studio delle loro “opere”.
16 E pensate che Cristina Donà è una delle artisti che più amo e più mi ha aiutato in questi anni a sopravvivere…ma le amicizie possono purtroppo anche tramutarsi in disgrazie per l’umanità intera.
17 L’ennesimo esempio di artistoide-finto trasandato-intellettual, autore di libri spazzatura grazie ai quali - nonché alle numerose e trite e ritrite collaborazioni con qualunque essere animato o inanimato che è in grado di schiacciare due tasti sulla tastiera - è normale che gli si siano spalancate le porte della gerarchia editoriale nostrana. Fra gli scrittori uno schifo di pari dimensioni (anche se la lista completa verrà rinviata come chicca finale) me lo fa salire in gola Leonardo Colombati, autore di Perceper, uno dei romanzi peggiori mai scritti nella letteratura italiana e trattato come la cometa di Halley nella letteratura italiana…quante comete sono state avvistate e piuttosto che andarsene continuano a sfrecciare sopra di noi, dalla Santacroce alla Balestra, da Nove a Piperno, fino all'ultimo Paolo Giordano. Vi raccomando, cercate i suoi cazzo di libri e cominciate a sfogliarli e poi scrivetemi cosa ne pensate. Beh, andate al sodo, lasciate stare vi prego paragoni con autori complessi ma che prima di tutto sono degli scrittori veri e poi ditemi se valeva la pena pubblicare un libro del genere. Poi guardate chi l’ha pubblicato, Sironi Editore, poi vi dico che il deus ex-machina di questa casa editrice è Giulio Mozzi (anche in questo caso scegliete uno qualunque dei suoi libri, meglio se lo rubate, e rispediteglielo insieme alle Fiabe dei Fratelli Grimm, che sono più complesse-innovative-suggestive-emozionanti di tutte le sue opere messe insieme e ad una buona scorta di laudano che gli serva per rincitrullirsi fino alla fine dei suoi giorni, quando gli apriremo lo stomaco come si fa coi maiali), sorta di melassa blobbesca (non c’è nessun riferimento al suo fisico, e se per caso lo pensate, mi dispiace, non sono il tipo capace di offese del genere), è alla disperata ricerca di uno scrittore che scriva un libro che lui non potrà/riuscirà mai a scrivere (e nemmeno a pensare, poverino) e se questo è uno dei motivi per cui continua a romperci i coglioni, beh, una pistola o una lametta sarebbero una soluzione migliore e magari gli sarebbe utile per entrare nell’empireo delle star suicide (senza così spendere soldi per il laudano).
18 Sì, caro ragazzo o uomo che tu sia, non m’interessa approfondire un cazzo di questo concetto appena espresso. E insieme a te che se ne vada a fanculo anche quell’altro stronzo di Enrico Grezzi che da anni occupa lo spazio notturno in tv come un santo imbonitore. Ti Farei mangiare tutte le pellicole che hai commentato.
19 Sarà comunque una parte che uscirà più avanti, ma l’indie world o come cazzo si vuole chiamare è entrato pure lui a pieno titolo nelle gallerie fotografiche consultabili ogni giorno da ognuno di noi, e i video dei gruppi sembrano davvero, con le dovute eccezioni che comunque fatico a ricordare, tutti strutturati in locali simil cantine, natura tristissima da pastello, città post-industriali, con ragazze molto carine e interi negozi d’abbigliamento catapultati in quei due, tre minuti che sembrano non finire mai.
20 Sarebbe interessante approfondire il rapporto Bill Gates e Co, con il mondo alternative. Le linee guida dettate e attuate con lo stravolgimento degli ascolti, della visione e della lettura. Una ridefinizione sottomessa al potere del marketing, dell’omologazione, del piattume. Sarebbe ora di rigettare al mittente l’ipocrisia dello “scaricare gratuito”, quando lo scaricare è comunque il frutto di un frenetico acquisto/pagamento di tecnologia, di contratti stipulati, di malattie contratte, di intermediari spacciatori, di una filosofia di modernità continua. Se una volta le Taz sembravano un sogno per intellettuali impasticcati, ora rimangono solo le riserve degli indiani d’argomento. Argomento complesso che si cercherà forse di approfondire in un’appendice successiva. Il generale Sheridan diceva che sterminando i bisonti, le nazioni indiane sarebbero state spazzate vie o costrette alla resa. Ci riuscì in pieno. Ora, lo sterminio dei cervelli è sulla via del compimento. E la riserva è dove stiamo vivendo adesso.
21 Al riguardo invito tutti a leggere gli articoli usciti su Il Mucchio Selvaggio (settembre e ottobre 2007)…fenomenale il titolo “Arci Mafia”…si legge nella risposta di Max Stefani alle polemiche “Perché uso il termine “censura”? Perché sul merito, sui punti critici Arci, Feltrinelli Ecc. non si azzardano neppure a provare a smentire una virgola. Semplicemente, pretendono che di loro non si parli, e appena succede annunciano ritorsioni. Naturalmente continuando a scomodare la libera informazione, la democrazia, il pluralismo: i veri censori sono sempre gli altri, ci mancherebbe. Peccato che nelle reazioni di questi arroganti non c’è replica sui fatti, c’è processo alla intenzioni: questo è precisamente la censura. “ A me basta pronunciare la parola Unipol-
22 Gestito da quella merda di Carlo Pastore e sponsorizzato, fra tanti altri, da Rockit, sito che invito tutti gli hacker a sabotare, distruggere, annientare. I motivi sono chiari, basta una semplice visita alla sua homepage (e poi invito gli hackers a farsi pure loro saltare le cervella).
23 “Venerdì a mezzogiorno è nato “Conforme a sé”. Il 4/4/04 a 10 anni dalla scomparsa di Kurt Cobain esce “Conforme a sé”, mio primo disco. Copertina in cartoncino, bianco e nero. Fin’ora ho detto un paio di bugie, e continuerò a dirne. Sono frutto del batticuore che ti prende quando sei davanti ad una scelta. Questo o quello? Per adesso quello, tanto la verità è già stata scritta. Registrato in Romagna, nella valle che sta ai piedi delle vette esplorate del 2003 e di quelle ancora da esplorare del 2004, questo lavoro serve a prendere fiato, aiutato da Gandalf e tanti allegri ragazzi vivi. Goku, Cibo, Marco, Gianlu e Guko…e non aver paura di questa scrittura, ché se tanto ti ha fatto piangere, tante e tante più lacrime hanno segnato lei per prima. Gli strumenti, i modi, i mezzi cambiano, il cuore…” e sia chiaro una volta per tutte che non c’è nulla di pubblicitario nella decisione di riportare queste frasi ma solo un qualcosa d’intimo, perché da quel primo ascolto le ferite chiuse si riaprirono, se ne crearono delle altre ma col cuore caldo e la sicurezza di essere solo ma non sempre.
24 Non immaginate la mia felicità interiore quando saranno: demoliti i camerini con le pareti inzozzate dagli autografi, veri o presunti degli artisti passati negli anni; bruciato il calcetto e tutti i panini imbottiti; cestinati gli amuleti magici che trovai una volta nella libreria/negozio di dischi; ricoperto d’asfalto la pista delle bocce, che non so se facciano parte del Bloom e non me ne frega proprio un cazzo e alla fine un’esplosione dell’intero posto
25 Un tempo, se non ricordo male, esisteva la medesima trasmissione, durante la quale venivano mandati in rotazione, senza commento alcuno, video più o meno riferibili alla scena indie modaiola (le distinzioni sono tante) e ricordo anche di aver visto per la prima e ultima volta il video di Dividing Opinions dei Giardini di Mirò.
26 L’altro programma di musica di tendenza, Brand New che va in onda dal lunedì al venerdì all’una di notte, e sempre sul sito si legge: “Uno show che stimola l’immaginario visivo grazie ai suoi contributi e allo studio, caratterizzato da una forte drammaticità delle luci e costituito semplicemente da un sipario rosso, un divano e un pavimento optical con una chiara citazione di Twin Peaks di David Lynch in cui gli artisti conversano o suonano in totale agio. Condiscono il programma cortometraggi, manufatti artistici, demo audio, installazioni video-fotografiche e altri contributi sperimentali esterni a valenza artistica.” Beh, in questo caso si azzardano pure in stravaganti citazioni di David Lynch ma in particolare mi colpiscono due cose: voi avete idea di che cazzo significhi “divano optical”? Sul vocabolario d’inglese l’unica definizione che ho è “ottico”. Quindi auguri. Poi l’altra è “a valenza artistica”? Beh, per valenza artistica…lascio i puntini di sospensione. E a condurre questo programmino, diventato anche un canale satellitare a se stante, c’era questo simpatica barbetta-tatuata di ragazzo italo americano che pensa di saper suonare-girare film-presentare-essere simpatico. Tanto gli piace Twin Peaks, che magari potrebbe prendere il posto di Laura Palmer.
27 Beh, l’ho visto e per quanto se la tirava, non credo che lo vorrò mai più vedere, anzi mi auguro che ad uno qualunque dei concerti punk che frequenta qualcuno gli fracassi una chitarra o una bottiglia in testa lasciandolo morto.
28 E a proposito di questi nerds mi piacerebbe porre alcune riflessioni. È da tempo che mi sta sullo stomaco questo discorso. Io mi sento un nerd, mi hanno dato del nerd ma non mi sento di far parte di nessuna famiglia nerd. Forse più vicino al John Belushi di Animal House o alle mani rovinate di mio padre corrose dalle sostanze chimiche. Pettinatura con la riga da parte, ingomminata o unta di lavaggi mancati. Mia madre mi obbligò fino alla seconda media a mantenere quell’incisione sul cranio e crebbi fino alla seconda superiore con l’apparecchio per i denti a coniglio e il palato ristretto. Caratteristiche che attiravano commenti poco gentili nei miei riguardi. I nerd. Gli occhiali con la montatura nera pesante (Gli stessi che anche Cobain amava portare qua e là) così di moda tra i giovani indie. I nerd. L’incapacità di avere rapporti con le ragazze e questi pruriti sessual-pornografici espletati solo e unicamente dalla masturbazione. I nerd. Ragazzi che mai cresceranno (sono uno dei pochi che non vorrebbe mai tornare al periodo delle scuole?) che si tramutano sempre, al cinema, nella musica, nella letteratura, nei fumetti, in vincenti. In vincitori, diversi dagli altri solo per una diversa esteriorità. Vincitori. Che diventano i leader della scuola. Che trovano la ragazza. Che sono bravi a scuola. Che si fanno applaudire da tutti. In pratica anche per loro il sogno “americano” che si avvera. Ma non è così. Non è così. Dove sono le sofferenze? Dov’è il dolore che prosegue che diventa lutto interiore? Che diventa disperazione che annienta giornate, relazioni, sogni?
29 La Punto che guidavo (è stata demolita a seguito di un incidente) non era dotata di radio e se all’inizio la cosa mi disturbava, ora invece la considero come una vera fortuna.
30 Okkei, avete ragione, col mondo indie non c’entrano un cazzo ma questi tizi mi stanno davvero sui coglioni. Alla faccia di quella mezza Italia che li adora (già mi veniva da vomitare quando impazzava il karaoke e alcuni miei compagni d’allora non trovarono nulla di meglio che farsi regalare la scatola magica dai propri genitori). E già che ci sono, esprimo anche il mio totale disgusto per personaggi del calibro di Roberto Benigni (in tutte le sue forme, in particolare nella versione cinematografica…solo lui poteva rovinare un meraviglioso romanzo come Pinocchio), Beppe Grillo (che invece nella prima versione sbarazzina e anoressica mi piaceva molto) e tutto il resto, tipo Zelig, Colorado Caffè, Aldo, Giovanni e Giacomo, Luciana Littizzetto (la valanga di di applausi per la sua volgarità asservita al qualunquismo, sono sintomatici della salute delle persone), eccetera eccetera.
31 Gramigna [gra-mì-gna] s.f. (pl. –gne) 1 BOT Genere di piante della famiglia delle Graminacee (Cynlodon dactylon) spontanee e di rapidissima propagazione, difficili a distruggersi e nocive alle colture, al quale appartengono alcune specie utilizzate come foraggio, il cui rizoma è usato in farmacia || fig. Essere attaccati come la gramigna, peggio della gramigna, di persona fastidiosa e importuna | Crescere come la gramigna, rapidamente e ovunque 2 Varietà di pasta simile a spaghetti corti. Etim: Dal latino graminĕa (m), deriv. di grāmen, gramĭnis, “erba”. Vi starete spiegando il perché di questa voce tratta dal vocabolario. Per far capire che non ce l’ho con la gramigna, che anzi è una signora pianta con il suo significato nell’ecosistema del pianeta e mi dispiace dover utilizzare questa parola per spiegare cose che sono di molto inferiori alla gramigna.
32 A questo proposito invito alla visione di “Manto nero”, una pellicola del 1991, per la regia di Bruce Beresford, ed ambientato nel 1634 in Canada, con la morte e la distruzione che si propaga fra gli Uroni al seguito dei missionari cristiani.
33 Anche il sottoscritto è un abituale frequentatore del mondo della superbia.
34 Questo è l’esempio tipico di come si comportano gli scrittori. Che penso siano i più grandi camorristi sulla faccia della terra. Comportamenti degni dei Corleonesi. Non mi dlungo, basta sfogliare un giornale, leggere il retro di un romanzo. Hanno più dignità i ragazzini rumeni che elemosinano o rubano davanti alla Stazione Centrale a Milano.
35 Se avete letto il fumetto, sapete quali immagini accompagnano queste parole. Non mi chiedetemi nemmeno di spiegarvi il perché di questa citazione in questo punto….sforzatevi…
qui sotto trovate un disco in uscita, da scaricare, da cercare, realizzato da un amico fraterno. gli devo molto, anche se non glielo dimostro quasi mai. e se non lo sapete, è lui quello che ha realizzato la copertina di Wrong. cercatelo, chiamatelo, scaricate, fatelo suonare, fate quel cazzo che volete.

ciao a tutti,
dopo circa due anni dall'ultimo album, e' on-line il mio nuovo cd 'La stanza dei 40 giorni'.
E' un disco creato appositamente per uno spettacolo teatrale sperimentale chiamato progetto zoran
www.progettozoran.it
la musica fa da colonna sonora e si tratta di ambient introspettivo.
Se siete interessati potete scaricare l'intero album GRATIS a questo indirizzo:
http://virus4.it/gratuito/40giorni/40giorni.htm
per chi non conoscesse l'etichetta, e' la prima label in autopirateria in italia.
Stanchi delle major discografiche diciamo basta alla musica per profitto ed abbracciamo il copyleft.
un saluto a tutti,
Enrico Restaino alias h
Ho incontrato questo gruppo per puro caso, arrivando sul loro myspace da quello dei Manetti! e ho desiderato all’istante ascoltare l’intero album, sorpreso piacevolmente da linee melodiche d’infinita tristezza che mi ricordavano gli episodi più malinconici e dilatati degli Explosions in the Sky alla Your hand in mine (tra l’altro una meravigliosa canzone supportata da un video tristissimo che ogni volta che lo rivedo mi scendono le lacrime) coi loro finali sconquassanti e intrigato dal fatto che questi ragazzi, almeno da quello che mi era sembrato di capire (e magari mi sbaglio), fossero di stanza sul versante comasco del Lago di Como, a due passi insomma da casa mia.
La maniera più stupida e superficiale per recensire questo album sarebbe liquidarlo come l’ennesimo disco post rock realizzato dal milionesimo gruppo post-rock pulitino, pieno di tristezza e e che non ci mette molto a rompere i coglioni.
Credetemi, non è così! E a quanto pare, non sono l’unico.
È vero: siamo in un momento di stallo, d’incapacità di percorrere nuove strade (anche le soluzioni elettroniche sembrano ad un punto di stasi così come quella della sperimentazione più estrema e ricercata), alcuni gruppi sembrano essere arrivati ad punto di saturazione come i Mogwai, altri si sciolgono come i Godspeed You Black Emperor!, altri ancora intraprendono strade più pop, più ricercate, innestando con decisione il cantato (oppure trovando persino l’inglese come i Sigur Ros), si veda anche solo in Italia il caso dei Giardini di Mirò (senza nulla togliere al meraviglioso Dividing Opinions) ma è anche vero che nei bassifondi c’è ancora tutta una vitalità spumeggiante, un voler rischiare, un mischiare le carte, che vale la pena scoprire.
Si potrebbe fin quasi azzardare che se qualcuno ha laghi con fantasmi di mostri preistorici, il Lario ha batteria, basso, chitarra e in questo caso pianoforte e violino (senza esagerare, comunque, abbiamo già troppi turisti stranieri in giro).
È incredibile come Dirty Sanchez e Manetti! rappresentino alla perfezioni anche il differente aspetto morfologico delle due sponde, la sponda comasca dei Dirty Sanchez, più dolce, signorile, dà vita ad un disco dilatato che s’incazza al momento giusto senza mai perdere in compatezza, la sponda leccheza dei Manetti!, più aggrappata alle montagne, dà vita ad un disco maggiormente ruvido, aggressivo, nervoso, punk.
Subtitles for the blind si apre con due pezzi toccanti e meravigliosi e a mio parere i migliori biglietti da visita del gruppo: Wouldn’t it be hilarious? e Chocolate bass players, il primo suonato in punta di piedi, che incorono come uno dei migliori “inizio disco” da tempo a questa parte e il secondo (brano che sto ascoltando a ripetizione) con il suo continuo giocare tra scariche di adrenalina e tranquillità e che mi ricordano, restando a gruppi semisconosciuti, gli svizzeri Kovlo; un gioco che raggiunge il pieno compimento anche in Subtitle, pezzo spaccato a metà, con la testa che vorresti spingerla giù in fondo al lago, fregandotene di tutto e tutti, con uno scafandro per vedere che cazzo c’è sul fondo e che quando l’hai raggiunto ti puoi lasciar andare al pezzo più malinconico del disco, Fragment 2 con voci distanti ed aggrovigliate su un pianoforte suonato da un fantasma alla Sigur Ros, o gli accenni di Motorpsycho memoria di Drowning Dahpne e un finale maestoso con Clorofilla, irruenta, violentissimo, in una furia da distruzione apocalittica alla Godspeed You Bloack Emperor!
Non ci sono cedimenti nel disco tranne Fragment 1 che mi ha ricordato fin troppo i primi Gatto Ciliegia vs grande freddo e qua e là qualche amore che esce in maniera troppo esagerata (peccati veniali, ragazzi!).
Subtitles for the blind nasconde sorprese dietro l’angolo e non dà mai l’impressione di essere un compitino, fin troppo leccato, senza sbavature, pulitino “perché altrimenti chissà cosa pensano”, che potrebbe piacere a tutti.
A me piace l’idea che questo disco possa non piacere a tutti.
Che questo disco richieda ascolti.
Che richieda attenzioni.
Che possa essere ascoltato nella notte mentre stai guidando e hai un sacco di merda che non sai come masticare e i pensieri corrono ovunque nell’abitacolo.
Un disco a cui io dico grazie.
Tracce: wouldnt’ it be hilarious?; chocolate bass player; Fragment 1; better take cover; subtitle; Fragment 2; how you want; drowning daphne; clorofilla
Giacomo Valentini: basso, voci; Nicolò Bordoli: chitarre, voci, rumori; Luca Moroni: batteria, pianoforte, chitarre, voci; Giulia Larghi: violino
written and produced by Dirty Sanchez
recorded by Lorenzo Monti at Phicophonic (Giussago, Pv) on april/may 2008
mixing and mastering by Lorenzo Monti and Dirty Sanchez
label: Lamariannarecords
ordini: nicksouls@hotmail.com
www.myspace.com/dirtysanchezoil


ciao.
odio questo freddo.
davvero mi stronca, sulle montagne ci sono già spruzzi di neve.
lo odio.
con tutto il cuore.
a breve due piccoli interventi, appena riesco, visti gli impegni: il primo sarà una recensione del disco dei Dirty Sanchez, il secondo sarà un articolo intitolato CRONACHE DI UNA DELUSIONE, qualcuno conosce l'argomento, altri no. spero che quest'ultimo serva ad alimentare un piccolissimo dibattito, fuori dai denti. Ho deciso di espormi, di liberarmi, di non farmi problemi, di svuotarmi lo stomaco. Me ne sbatto delle possibili conseguenze, qualunque esse siano, positive o negative. L'unico intoppo è capire come fare ad inserire un articolo con le note. Visto che l'articolo, tra l'altro sarà una piccola dedica a D.F.W.
notte a tutti.
comunque se non avete letto il post sotto di elda, la data è sbagliata è il 25 ottobre.
una bacchettata sulle mani, elda.
nell'umore nero ascolto The God Machine e mi leggo Gelo di Thomas Bernhard...tanto per stare allegri.
nient'altro da aggiungere, non ne ho la minima voglia.

....la copertina del nuovo romanzo di Tommaso Pincio che esce proprio in questi giorni.
spero che arrivi in fretta metà e fine settimana.

Libro primo e ultimo di poesia: 12 anni di versi. Un atto postumo compiuto in vita.
Vivere in cerca di orientamento;
altrimenti sprofondare
nel non senso.
Che non ho.
Io non è.
Niente.
(GF)
Prefazioni di Marco Fressura e Patrick Karlsen (I) e Nicola Vacca (II). Postfazione di Angela Migliore. Quarta di Stefano Scalich. Illustrazioni di Maurizio Ceccato.
Impaginazione e grafica di Marco Fressura.
Collana Autori Contemporanei Poesia. Direttore Fabrizio Manini.
ISBN 978-88-7606-181-3
Gianfranco Franchi, “L’inadempienza”, Edizioni Il Foglio, Piombino 2008.
Prefazioni di Marco Fressura e Patrick Karlsen (I) e Nicola Vacca (II). Postfazione di Angela Migliore. Quarta di Stefano Scalich. Illustrazioni di Maurizio Ceccato.
Impaginazione e grafica di Marco Fressura.
Collana: Autori Contemporanei Poesia. Direttore Fabrizio Manini.
ISBN 978-88-7606-181-3
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato in poesia: L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana. (2003; Kult, 2006), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). In narrativa: Disorder (Il Foglio Letterario, 2006) e Pagano (Il Foglio Letterario, 2007). In saggistica, ha curato la plaquette Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper (Alet, 2007).
È stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003. Dal 2003 è responsabile del portale indipendente di arti e scienze Lankelot.eu. Vive a Roma. Collabora con diverse testate, web o cartacee; lavora da consulente editoriale per la narrativa. Biobibliografia completa: www.lankelot.eu/?biografia=34
DAVID F.W.
quando un amico si impicca non si può mai stare bene. e infatti sto di merda. non ne parlo spesso di lui. ma i suoi libri sono un esempio. una compagnia. fratelli. amanti. ispirazione. infinite jest mi contiene, mi consola, mi fa sognare. ricordo che comprai la scopa del sistema. poi ebbi infinite jest. la vecchia edizione della fandango. un tomo gigante. lo divorai. ho avuto le lacrime agli occhi quando l'ho saputo. mi sono seduto. ho camminato. stamattina è stata dura.
uccide la speranza questa giornata.
senza retorica. senza quel vittimismo da fans.
no, proprio come quando si perde una parte della propria vita.
quando il dolore è anche di qualcuno che sta lontano e ti scrive via sms per comunicartelo.
è una vecchia mail di ringraziamento.
un'angoscia che oggi fa male.
fa davvero male.
perchè mi chiedo, se lui l'ha fatto, allora mi viene da dirmi che non c'è proprio speranza.
o forse sì.
ma oggi preferisco di no.
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